La crisi delle popolari venete e l’incapacità di governo, Banca d’Italia e Regione Veneto

L’articolo di Enrico Grazzini (apparso oggi su Eunews e pubblicato il 4 luglio su Micromega online) mette in luce molto bene come la crisi delle popolari venete sia la dimostrazione dell’evidente incapacità del governo italiano, della Banca d’Italia e della Regione Veneto a gestirla.

Le attività bancarie sono fallite e sono state regalate a Banca Intesa (che le ha comprate per un euro).

Il governo non si è assolutamente preoccupato della situazione e ha pensato bene di risolverla usando i soldi dei contribuenti italiani, impegnandosi per circa 17 miliardi. Ancora una volta a farne le spese sono i cittadini e a raccogliere i profitti è una banca: Banca Intesa. 

Una soluzione sarebbe stata quella di nazionalizzare prontamente le banche venete e gestirle come banche pubbliche di sviluppo per rilanciare l’economia nazionale. Invece in tutto ciò sono emerse, e in maniera pesante, incompetenze e limiti non solo del governo italiano, ma anche dell’Unione europea e della Banca centrale europea che, oltre a non aver adeguatamente vigilato, ha gestito la situazione in maniera molto arbitraria e confusa. Ma c’è modo e modo di nazionalizzare. Una vera nazionalizzazione comporta che lo Stato acquisti la quota principale del capitale della banca in crisi, diventi l’azionista di riferimento, mandi via i dirigenti incapaci e/o corrotti, e gestisca la banca a beneficio delle attività nazionali, e non del profitto privato.

Il bail-in non funziona. Le norme del bail-in e quelle analoghe (burden sharing) decise in sede europea si sono dimostrate semplicemente inapplicabili. I governi italiani e la Banca d’Italia non avrebbero mai dovuto accettare le regole europee del bail-in (ossia che il salvataggio interno di una banca preveda il diretto coinvolgimento “interno” dei suoi azionisti, obbligazionisti, correntisti). Le norme europee peggiorano le crisi bancarie invece di risolverle.

Sembra una conclusione lapalissiana ma è reale e concreta nella sua sconcertante verità: le banche devono tornare a fare le banche, devono servire innanzitutto l’economia reale e lo sviluppo, e non perseguire obiettivi di massimo profitto grazie alla speculazione finanziaria, mettendo a rischio il denaro dei risparmiatori.

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