Senza ricerca non c’è crescita

La spesa in ricerca e innovazione è bassa e la collaborazione tra Università e imprese largamente insufficiente. Questo quanto emerso dal confronto di ieri con Giovanni La Placa del JRC, coautore del RIO Report 2015 Italy. Urge la necessità di incentivare maggiormente i ricercatori delle Università italiane a lavorare nel settore privato, incentivi che non esistono in Italia diversamente da altri Stati membri dell’Unione europea, come ad esempio la Gran Bretagna, dove funzionano da anni.

La crescita dell’intensità di R&S ha subito un rallentamento a partire dal 2009, anno di inizio della prolungata crisi. La strategia di risanamento di bilancio degli ultimi anni non ha protetto la ricerca e lo sviluppo. La quota della spesa pubblica destinata alla ricerca e all’innovazione è diminuita, passando dall’1,32% nel 2007 allo 0,99% nel 2014.

Le debolezze strutturali incidono sul sistema italiano di R&S. I risultati dell’Italia in merito a diversi aspetti specifici utili a promuovere attività di ricerca, sviluppo e innovazione sono scarsi. In primo luogo, permangono carenze di finanziamento della R&S, soprattutto per le piccole imprese giovani e innovatrici che non dispongono di sufficienti risorse interne per finanziare i propri progetti. Sebbene i prestiti bancari tendano a essere una fonte di finanziamento esterno meno adeguata per i progetti di R&S, in Italia i canali di finanziamento più appropriati sono poco sviluppati. In secondo luogo, in Italia l’innovazione è frenata dalla relativa scarsità di risorse umane altamente qualificate. Negli ultimi anni inoltre molti ricercatori italiani hanno lasciato il paese a causa della mancanza di prospettive di carriera e di retribuzioni concorrenziali. In terzo luogo, il sistema italiano di ricerca e innovazione è caratterizzato da una scarsa cooperazione tra le università e le imprese. Nel 2012 la quota pubblica di R&S finanziata dalle imprese rappresentava solo lo 0,014% del PIL, percentuale ben al di sotto della media UE dello 0,051%. Ciò rallenta il trasferimento di conoscenze dalle università e da altri istituti pubblici di ricerca alle imprese e la ripartizione dei rischi connessi alle attività di R&S. In quarto luogo, la bassa percentuale di servizi ad alta tecnologia e ad alta intensità di conoscenze, nonché di attività manifatturiere ad alta tecnologia, sommata alla significativa percentuale di attività manifatturiere a bassa e media tecnologia, è al tempo stesso causa e conseguenza del debole livello di innovazione dell’Italia. Infine, lo sfavorevole contesto imprenditoriale generale, il gran numero di piccole imprese a gestione familiare e i livelli relativamente bassi di investimenti diretti esteri nel paese spiegano anche perché l’Italia presenta attività meno innovative rispetto ad altri paesi.

L’Italia ha adottato una serie di iniziative strategiche volte a sostenere il sistema di ricerca e innovazione, ma la loro frammentazione continua a destare preoccupazioni.

In primo luogo, è entrata in vigore la proroga del credito d’imposta per le attività di R&S delle imprese per il periodo 2015-2019. Il credito d’imposta è pari al 25% degli investimenti incrementali in R&S, soggetto a un massimale di 5 milioni di EUR per beneficiario, e sale al 50% per la ricerca svolta con istituti di ricerca pubblici e università. Tuttavia l’efficacia potrebbe essere limitata dalla sua natura temporanea e dalla scarsa prevedibilità dovuta alle frequenti modifiche avvenute in passato. In secondo luogo, all’inizio del 2015 alcune misure già in vigore per le cosiddette “start-up innovative” sono state estese alle “PMI innovative”. Tali misure prevedono, tra l’altro, un accesso semplificato al Fondo centrale di garanzia per le PMI, incentivi fiscali per gli investimenti in PMI giovani e innovative, sistemi flessibili di remunerazione e detrazione differita delle perdite di capitale e altre deroghe. In terzo luogo, nel luglio 2015 sono state adottate le norme di attuazione del cosiddetto regime “patent box”, che consente l’esclusione parziale (fino al 50% nel2017) dei redditi derivanti da attività immateriali (ad esempio brevetti, marchi, disegni e modelli industriali). In quarto luogo, è stata effettuata una revisione del quadro normativo sul crowdfunding azionario e sono state organizzate ulteriori consultazioni pubbliche a sostegno dello sviluppo di questo canale di finanziamento. In quinto luogo, il governo ha istituito un fondo da50milioni di EUR gestito da Invitalia per gli investimenti in capitale di rischio con cofinanziamento privato. In sesto luogo, la legge di stabilità 2016 prevede fondi per l’assunzione di nuovi professori e ricercatori. In settimoluogo, l’Italia ha deciso di aderire alla cooperazione rafforzata a livello dell’UE sulla tutela brevettuale unitaria. Una volta in vigore, il brevetto unitario renderà più semplice, più rapido e meno costoso per le imprese innovative italiane ottenere la tutela brevettuale in tutti i 26 Stati membri partecipanti. Infine, negli ultimi anni sono state adottate varie misure per promuovere i canali di finanziamento non bancari delle imprese. Nonostante tali iniziative, l’efficacia delle misure summenzionate può essere limitata dalla mancanza di una strategia globale perl’innovazione. Allo stesso tempo, il programma nazionale di ricerca 2014-2020, presentato per la prima volta nel febbraio 2014, non è stato ancora approvato, e pertanto non è ancora operativo.

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