Il mondo del lavoro oggi in Italia si divide veramente tra autonomi e dipendenti?

I lavoratori autonomi in Italia sono 5,4 milioni e di questi 3,5 non hanno alcun dipendente. Tra loro vi sono figure molto diverse: i lavoratori autonomi iscritti alle casse previdenziali private (avvocati, architetti…) che in questo frangente storico che vede il drammatico crollo dei redditi degli under 45 sono in difficoltà a sostenere gli impegni previsti dai loro statuti, e spesso non sono in grado di pagare i contributi previdenziali richiesti; i parasubordinati, 1,6 milioni, e i 180.000 freelance tutti iscritti alla gestione separata Inps.

Negli ultimi anni i pochi interventi sulla materia si sono concentrati sul problema della qualificazione contrattuale (quando un rapporto si può definire veramente autonomo e quando invece maschera una simulazione), mentre poche volte ci si è preoccupati del veri lavoratori autonomi e dei loro problemi.

Il disegno di legge presentato dal Governo con il nome di “Jobs Act del lavoro autonomo” prova ad ampliare il quadro delle tutele di questa sempre più vasta platea di lavoratori.

La politica del lavoro del governo Renzi ha avuto come scopo quello di tentare di eliminare le aree grigie che si trovano tra lavoro autonomo e dipendente. In questo senso vanno lette le norme che hanno eliminato i cocopro e hanno tentato di ricondurre le false partite iva nell’alveo del lavoro subordinato. Pare che si possa così identificare senza troppi dubbi cosa è lavoro dipendente e cosa è lavoro autonomo.

A ciò si affianca la seconda grande linea guida del Jobs Act, ossia che il lavoro subordinato deve essere sempre più stabile, riproponendo la VECCHIA DISITINZIONE TRA STABILITÀ E PRECARIETÀ che proprio l’introduzione del contratto a tutele crescenti, senza l’articolo 18, ha contribuito a dissolvere nei fatti.

Ma siamo sicuri che nel mercato del lavoro di oggi si possa chiaramente distinguere tra queste due forme e giocarsi unicamente sulla dipendenza o meno da un datore di lavoro?

In un recente Libro Verde pubblicato dal ministero del Lavoro tedesco, dal titolo Work 4.0, si sostiene che oggi le preferenze dei lavoratori siano completamente diverse da quelle del Novecento industriale. E questo non solo per le nuove forme di economia dei servizi, ma per esigenze di vita e di carriera che oggi faticano a coincidere con il tradizionale modello del lavoro subordinato. Molto interessante la ricerca dell’Eurofund su “New forms of employment” in cui si analizzano quelle nuove tipologie di lavoro che caratterizzano i mercati contemporanei. A leggerla ci si stupisce che molte di queste, come il job-sharing, l’employee sharing, il casual work e altre siano in parte quelle tipologie contrattuali che il Jobs Act ha cancellato nel nuovo codice dei contratti. Molte di queste, come l’ICT-based mobile work, si trovano proprio in quell’area grigia tra lavoro autonomo e subordinato che il governo vuole provare ad ingabbiare nelle, strette, maglie del lavoro dipendente.

Ci troviamo così di fronte a una notevole diminuzione dei contratti di collaborazione (che pur restano vivi nella forma dei cococo) ma al travaso di questi rapporti nel lavoro accessorio a mezzo voucher, che rischia di essere una copertura del lavoro nero.

La cancellazione dell’area grigia tra lavoro autonomo e dipendente porta ad un aumento di lavoro sommerso o a contratti minimi per coloro che vogliono lavorare per progetti, fasi e missioni e che oggi non trovano una adeguata formula.

Bisogna quindi creare nuove tipologie contrattuali? Questa potrebbe essere una soluzione, concentrando lo sforzo su quei lavori dall’alto livello di competenze per evitare degenerazioni come avvenuto con i cocopro, individuando meccanismi per confinare questi contratti a chi veramente si muove lungo le linee guida del lavoro del futuro.

In questo può essere una opportunità la recente discussione sul lavoro agile, se impostata correttamente. Ossia norme che consentano a qualunque lavoratore, a prescindere che sia autonomo o subordinato, di essere veramente agile nell’organizzazione dei tempi e luoghi di lavoro e della valutazione sulla base dei risultati. Andare oltre quindi ai vincoli della subordinazione che invece il disegno di legge governativo ripropone, facendo esplodere i limiti della visione rigida e schematica del Jobs Act laddove ora si immagina possibile un lavoratore dipendente che però lavora a risultato come un autonomo.

A questo occorrerebbe affiancare un moderno sistema di politiche attive del lavoro che faccia sì che gli stessi passaggi tra un posto di lavoro e l’altro abbiano una parallela agilità e flessibilità a vantaggio del lavoratore.

Non si tratta di una sfida semplice, perché impone una rivoluzione nei vecchi schemi e delle vecchie norme che compongono il diritto del lavoro italiano. Ma un governo che voglia davvero guidare il cambiamento e non subirlo, e non farlo subire ai lavoratori, dovrebbe coglierla al volo. [fonte Siamo sicuri che il mondo si divide tra autonomi e dipendenti? di Francesco Seghezzi, 12/02/2016, www.linkiesta.it]

Alla fine, la logica di questo provvedimento appare molto chiara: da un lato RIBADIRE CHE I DIRITTI NON SONO UGUALI PER TUTTI E CHE ALCUNI, anche quelli fondamentali COME LA TUTELA DELLA SALUTE, RESTANO PREROGATIVA DEL LAVORO DIPENDENTE; dall’altro prorogare l’esistenza di un esercito di precari obbligati ad accettare lavori a qualunque condizione.

Aspetti da non trascurare sono infine i molti problemi che affronta oggi un lavoratore autonomo: il carico eccessivo del fisco, la lentezza della pubblica amministrazione, le difficoltà a trovare una giustizia civile rapida ed efficace, le criticità dell’accesso al credito, i fabbisogni formativi, sono tutti TEMI CHE RICHIEDONO UN’AZIONE DI SISTEMA DECISA.

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