Lavoratori autonomi: ricchi, ricchissimi, praticamente in mutande

COSA SUCCEDE QUANDO SI AMMALA UN LAVORATORE SUBORDINATO DI UNA MALATTIA GRAVE? Il lavoratore può andare dai suoi datori di lavoro e spiegare cosa è successo, andare all’ufficio del personale e spiegare la situazione, prendersi il diritto alla malattia, fino a diciotto mesi, con lo stesso stipendio, combattere la sua guerra con dignità. COSA SUCCEDE A UN LAVORATORE AUTONOMO, ad esempio a PARTITA IVA?

Un massimo di 61 giorni di malattia all’anno, in cui si percepiscono circa 13 euro al giorno.

Non esiste indennità di malattia (per esempio per artigiani e commercianti) oppure nei casi in cui esiste (per esempio per le professioni ordinistiche ed i lavoratori afferenti alla Gestione Separata Inps) è altamente insufficiente (pochi giorni in un anno e pagati poco) per patologie gravi o prolungate.

Il fatturato sparisce o si riduce molto per un bel pò di tempo e questo da subito.

Al problema del fatturato si aggiunge quello dei costi extra che ovviamente per una partita iva pesano di più.

Al problema dei costi extra si aggiunge quello dei costi fissi che non si fermano (anche se il lavoro sì). Commercialista, attrezzature, ufficio, tasse fisse ed indipendenti dal fatturato, acconti. Sembra paradossale ma un dipendente, anche licenziato ingiustamente per malattia, questi problemi non li ha.

Al problema dei costi fissi si aggiungono anche le multe che una partita iva ammalata potrebbe trovarsi a pagare per essere stata al di sotto dei parametri stabiliti dagli studi di settore (se non riesce a dimostrare adeguatamente la propria incapacità lavorativa) oppure dai debiti che si sono accumulati nel tempo e trasformati in cartelle esattoriali di Equitalia.

Un’assicurazione privata può essere una soluzione, no? I contributi Inps e le tasse continuano a crescere vertiginosamente da un lato, la crisi economica incombe dall’altro ed avere una previdenza integrativa adeguata è praticamente impossibile ad una partita iva attuale. Non se la può permettere.

Mancando un concreto aiuto economico attraverso l’indennità di malattia si può sempre sperare in quello associato ad un’invalidità civile superiore al 74%. In ogni caso l’assegno (cifre pazze tipo 270euro) viene dato solo se si ha un reddito non superiore a circa 4700euro all’anno oppure circa 11.000euro con un’invalidità al 100%. Ovviamente per un lavoratore autonomo fa testo la dichiarazione dei redditi dell’anno precedente, quando era sano.

I più fortunati tra gli autonomi si buttano allora sull’assegno ordinario di invalidità (indipendente dal reddito ma legato ad una capacità lavorativa inferiore ad 1/3). Peccato che quasi nessuno conosce questa opzione e se mai viene fuori, ormai è tardi.

Aggiungiamo la difficoltà nell’accesso alle informazioni. Le poche tutele esistenti non sono conosciute ed i lavoratori autonomi manco provano a scoprirle convinti come sono che a loro tocca patire a testa china e basta. Sanno di essere considerati lavoratori di serie B da politica e istituzioni.

Peccato che il conto dello Stato sociale lo debbano comunque pagare. L’’Associazione dei consulenti del terziario avanzato riporta che i contributi per l’assistenza portano alle casse Inps poco più di 128 milioni di euro, ben più del doppio dei 53 milioni che vengono restituiti ai lavoratori autonomi. Si replica così, ma in piccolo, quello che succede già da anni per le pensioni: gli autonomi iscritti all’Inps pagano più di sette miliardi in contributi e ricevono assegni per poco più di 500 milioni. L’attivo della gestione separata serve di fatto a coprire i buchi delle altre gestioni, comprese quelle dei lavoratori subordinati.

A rompere il silenzio, oltre all’analisi Acta, alcune testimonianze che spuntano qua e là. La più significativa è sicuramente quella di Daniela Fregosi, consulente aziendale grossetana, diventata la portabandiera delle partite Iva che si ammalano.

http://www.danielafregosi.it/

http://tumoreseno.blogspot.it/

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