Secondo panel evento “CHINA’S MARKET ECONOMY STATUS”

Pubblichiamo oggi la sintesi del secondo panel dell’evento “CHINA’S MARKET ECONOMY STATUS: IS WINTER COMING FOR EUROPEAN INDUSTRIES?” che, oltre a me e ai co-organizzatori Martin e Maurel, del gruppo dei socialdemocratici europei, ha raccolto esponenti degli altri gruppi come il lussemburghese Claude Turmes dei Verdi europei, Salvatore Cicu (PPE), Nicola Danti e Alessia Mosca (S&D), tutti compatti nel dire che l’eventuale riconoscimento da parte della Ue di questo status avrebbe un impatto devastante per tutta l’economia europea, e in particolare per settori strategici del sistema Italia. Contiamo comunque di allargare il fronte anche agli altri gruppi che non erano presenti.

Edouard Martin, Europarlamentare, membro della Commissione per l’Industria, Ricerca ed Energia.

Tutti i giocatori devono giocare con le stesse regole. La Cina gioca seguendo le stesse regole internazionali delle altre squadre? Chiaramente no.
Il miracolo cinese ci ha dimostrato come si può vendere una tonnellata di acciaio laminato a caldo a un prezzo nettamente più basso dell’acciaio ricavato dal riciclo. Nel corso degli ultimi anni abbiamo assistito al tracollo dell’ acciaio prodotto nell’UE (con un passaggio da 400,00 € a 250,00 €a tonnellata) che ha visto tra le prime vittime proprio il Regno Unito.

Tutte le industrie dovrebbero essere preoccupate del fatto che la tecnologia e l’alta qualità industriale si stanno muovendo dall’Europa verso la Cina.
Molte industrie europee stanno soffrendo, ne è una dimostrazione la riduzione delle ore di lavoro e il passaggio al part time dei dipendenti, la rinuncia all’ espansione industriale in Europa e lo spostamento verso altre aree geografiche.
L’Unione europea non sta fornendo risposte adeguate; la Commissione Europea sta chiudendo gli occhi su questi temi. Abbiamo l’impressione che Stati e Commissione si mettano a tremare quando parlano della Cina. Perché? Forse perché sperano nei fondi conesi per finanziare il piano di investimentidel presidente Juncker?

Guido Nelissen, Unione di Commercio

Se concediamo il MES alla Cin nel giro di due decenni non vi sarà alcuna produzione primaria di alluminio / acciaio nell’Unione europea.
La Cina ha assunto un atteggiamento aggressivo su questo tema..
La Cina ha quadruplicato la produzione di acciaio tra il 2003 e il 2013 (impossibile nella realtà di uno stato di economia di mercato); mentre nel resto del mondo, dove ci sono regole e una tutela dei lavoratori, la produzione è rimasta costante.
La Cina è ancora dalla parte sbagliata di un’economia di mercato”.
Molto preoccupanti anche i risvolti ambientali che il riconoscimento del MES alla Cina potrebbe comportare a livello globale.
E ‘troppo presto per concedere il MES – La Cina deve onorare gli impegni assunti prima del 2001.

David Borrelli, Europarlamentare Membro della Commissione per il Commercio Internazionale e della Commissione per l’Industria, Ricerca ed Energia.

La Cina è ormai un attore mondiale, per il quale la distanza dall’Europa è divenuta relativa. Questo da un lato impone a noi europei di collaborare con Pechino, e di sostenerne la crescita e lo sviluppo economico, politico, sociale ed ambientale; dall’altro, però, l’Unione Europa deve prestare attenzione ad evitare che scelte avventate possano impattare in maniera irreparabile sul nostro tessuto produttivo.

Ma in questo contesto come si stanno muovendo le istituzioni europee?

Come stanno valorizzando la loro dinamica istituzionale?

In che modo sanno fare squadra davanti ad una sfida che impatterà sia imprese che territori che cittadini?

Il Parlamento si sta muovendo: testimonianza ne è anche la nostra odierna iniziativa.

Il Consiglio – cioè gli Stati – sono bloccati, come spesso capita, da miopi interessi soggettivi a breve termine e , ancora una volta, dalla contrapposizione di vedute tra blocchi economici in Europa.

E la Commissione? Tace.

Gli abbiamo ricordato che il tempo stinge; eppure tace.

Gli abbiamo chiesto un parere, dei dati, gli abbiamo ricordato il suo ruolo di iniziativa: ancora tace.

A tutt’oggi la Commissaria Malmstrom, su un tema di questa portata che ci coinvolgerà per i prossimi lustri, non ha nulla da dire né al Parlamento né ai cittadini d’Europa.

Ci stiamo chiedendo quali saranno le conseguenze di un’eventuale concessione dello status di economia di mercato alla Cina. Ebbene una conseguenza c’è già stata: l’incapacità di questa Commissione di attivare a piena forza il meccanismo istituzionale europeo, al fine di preparare una risposta forte, condivisa e ragionata.

Ciò cui stiamo assistendo è una dinamica decisionale tra istituzioni europee che resta del tutto inadeguata rispetto all’urgenza della situazione. La Commissione europea avrebbe dovuto occuparsi degli aspetti tecnici e giuridici di cui stiamo dibattendo oggi. Ma non l’ha ancora fatto.Mentre, alla politica – a noi deputati qui presenti – dovrebbe essere affidato il compito di tutelare efficacemente gli interessi dei cittadini. Ma non possiamo farlo, perché questo gioco si sta svolgendo tutto a porte chiuse, e senza alcuna risonanza all’esterno.

Noi non siamo contrari alla Cina di per sè o all’intensificarsi delle relazioni commerciali e politiche con la Cina, chiediamo però che questo avvenga in condizioni di parità e reciprocità, nell’interesse dei lavoratori, dei cittadini e dei consumatori di tutta Europa. Il cammino delle riforme in Cina è un percorso lungo che ha sicuramente delle caratteristiche ambiziose; non per questo, però, dobbiamo essere noi europei a fare “fughe in avanti” avanzando posizioni che poi siano difficili da sostenere.

Proprio per questo riteniamo che la questione del MES Cina non possa essere derubricata ad una mera questione giuridica, o, ancora peggio, ad una semplice “automatismo” che per di più non ha alcun fondamento legale o giuridico; piuttosto riteniamo che essendo questa decisione molto impattante, sia compito della politica ed in particolare del Parlamento Europeo affrontare questa decisione.

E questo è un punto che apre altri scenari. Se è vero, com’è vero, che si profila un pesante impatto in particolare per alcuni paesi e per alcuni settori, la domanda da porsi è: come l’Europa sarà capace di affrontare una minaccia bicefala, che danneggia alcuni, e beneficia altri?

L’intera questione ruota – al di là di tutte le discussioni giuridiche– sulla precisa volontà del governo cinese di permettere alle proprie industrie (che nel caso ad esempio dell’acciaio producono in perdita in quanto la domanda locale in Cina è in brusca frenata) di vendere all’estero quello che non riescono a vendere in casa.

Queste non sono ipotesi fantasiose delle industrie europee ma un preciso intento delle autorità cinesi. La Commissione Ue sa bene che è questa la posta in gioco, e dovrebbe usare molta più saggezza di quanto sta facendo finora nelle proprie segrete stanze. Chi ci guadagna dal MES nella UE, in termini sia di settori che di area geografica?

Sul piano della trasparenza, perché sul TTIP la Commissione si è impegnata a fare disclosure dei documenti negoziali mentre sul MES ad oggi non salta fuori niente?

Un’altra posta in gioco è la minaccia di ritorsioni politico/economiche cinesi.

A differenza della prima – posti di lavoro Ue a rischio – su questa la Commissione sembra realmente intimorita: c’è qualcuno della Commissione disposto a dire come stanno le cose, a dire quanti incontri con le autorità cinesi sono stati fatti e perché c’è tanta paura a tal punto da mettere in ombra i rischi occupazionali concreti?

Forse perché la questione è legata alla promessa di investimenti cinesi nel Piano Junker?

Di fronte a scenari strategici e di grande portata la Commissione si nasconde dietro questioni prettamente legali: quali ad esempio il rischio di essere portata davanti alla WTO in caso di inerzia legislativa. In realtà anche l’Ue potrebbe l’indomani (come in qualsiasi momento) portare la Cina davanti alla WTO per violazione degli almeno 10 obblighi che si era impegnata a rispettare nel 2001 al momento dell’entrata nel WTO.

Oltre alle conseguenze che si potranno avere nei singoli settori, come quelle illustrate dai colleghi e da altri competenti relatori, ve n’è un’ultima da non sottovalutare: quella che va sotto il nome di “rischio Schengen”; ossia quella situazione di fronte alla quale l’incapacità di agire dell’Europa – comunque la si voglia intendere – spinge i singoli Stati a pensare ognuno per sé, al si salvi chi può, mettendo a rischio anche patti e accordi ormai consolidati.

Esattamente come sta capitando, a causa di un’improvvida gestione dell’immigrazione, per il trattato di Schengen. E come minaccia di fare Cameron con la Brexit.

Con l’incontro odierno, noi parlamentari, al di là delle nostre appartenenze politiche, vogliamo dichiarare che rifiutiamo questo scenario; e se altri titubano, tacciono o sfuggono, noi siamo qui a dar voce ai cittadini e alle imprese di tutto il continente, avendo sempre ben presente che dall’altra parte non c’e una nazione, ma un continente; perchè questo è la Cina e anche lei lo sa.

Claude Turmes, europarlamentare, membro della Commissione per l’Industria, Ricerca ed Energia.

La domanda di acciaio dell’UE è diminuita del 50% tra il 2009 e il 2010. La Commissione Europea non sta affrontando il dumping nel settore dell’acciaio a causa di alcuni soggetti molto interessati, come la Germania ad esempio che vende alla Cina le macchine per la siderurgia.
Ci chiediamo se alcune delle aziende più grandi possono ancora essere considerate europee, visto che hanno dato in subappalto gran parte dei lavori al di fuori, agli Stati Uniti, alla Cina e al Brasile.
Abbiamo bisogno di guardare a ETS al fine di modernizzare e crescere nell’ UE. Dobbiamo investire e quindi modernizzare.

Renaud Batier, Cerame-Unie/Aegis Europa

La Commissione sta mandando alle industrie europee un messaggio di abbandono.
La Cina rappresenta il 50% di tutti i casi antidumping dell’UE, l’ 80% di tutte le inchieste antidumping e antisovvenzioni sono contro la Cina e dal 2010 sono aumentate di ben il 60%. Qual è il rischio? Tra 1,7 e 3,5 milioni di posti di lavoro, riduzione del 1-2% del PIL, 142,5 milioni di euro in più di importazioni di manufatti cinesi in UE. Il TTIP creerebbe una scappatoia per la Cina per reindirizzare le merci oggetto di dumping verso gli Stati Uniti. La concessione del MES non è solo una decisione politica, è una decisone prima di tutto economica.

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